VITI RESISTENTI ALLE MALATTIE: LA RICERCA RISPONDE AD UNA REALTA' CHE EVOLVE


Tutto esaurito per il convegno “Coltivare il futuro: viti resistenti alle malattie” organizzato dall’Università Cattolica di Piacenza e da Confagricoltura  Piacenza che si è tenuto venerdì 16 marzo. E’ stata l’occasione per un focus sul settore vitivinicolo. Dalle relazioni tecniche che si sono susseguite alle conclusioni della presidente della Sezione di Prodotto Vitivinicola di Confagricoltura Piacenza, Chiara Azzali, sono emersi almeno due concetti chiave: la ricerca sulla vite richiede tempi lunghi e, come sempre in biologia, non darà mai un risultato assoluto; gli iter autorizzativi di un settore sovra regolamentato come quello vitivinicolo rischiano di porre fuori mercato le aziende. “E’ vero che oggi abbiamo a disposizione delle varietà di vite resistenti ad alcuni patogeni – ha spiegato il professor Raffaele Testolin dell’Università di Udine -, ma è altrettanto vero che non si tratta di una resistenza assoluta e in qualunque condizione”. Certo, ha sottolineato l’esperto, il risparmio economico in trattamenti per l’utilizzo di varietà resistenti ad oidio e peronospora, rispetto a varietà non resistenti si può calcolare attorno ai mille euro ad ettaro all’anno (leggermente meno per il centro e il sud Italia). Si tratta dunque di una scelta, quella di impiantare questa tipologia di viti, che l’imprenditore deve poter considerare, data la convenienza economica e il minor impatto ambientale (i trattamenti si riducono dell’80%). Rispetto alla tutela delle varietà tradizionali, già oggi il 50% dei 51 mila ettari a vigneto in Italia è costituito da 10 varietà. E’ quindi giusto consentire la tutela dei vitigni autoctoni, ma senza che ciò vada a ingessare le scelte dei produttori in un settore in cui c’è stata una sovrapproduzione di norme che, nate per tutelare i produttori, di fatto in molti contesti li portano a non avere possibilità di fare scelte imprenditoriali e a non poter tenere il passo con i cambiamenti dei gusti dei consumatori e le mode commerciali. Stando fermi – hanno concordato unanimemente i relatori - spariranno le aree viticole di minor pregio e insieme a queste anche le loro varietà locali. “Dobbiamo pensare a cosa vorrà il mercato – ha sottolineato Eugenio Sartori – direttore dei Vivai Cooperativi Rauscedo, i più grandi al mondo - senza innovazione e stando solo a guardare, il comparto muore da solo”. Addirittura, ha spiegato Sartori, non è da sottovalutare neppure la scelta dei nomi delle varietà perché ad esse può esserne legata la fortuna commerciale. Una mattinata intensa che ha visto il professor Stefano Poni – direttore del Dipartimento di Scienze delle Produzioni Vegetali Sostenibili dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza – coordinare gli interventi e fare il punto sull’innovazione in viticoltura; Vittorio Rossi – professore ordinario dell’ateneo Piacentino – parlare di Plasmopora viticola. Roberto Miravalle – coordinatore del Master “Gestione del Sistema Vitivinicolo” della Facoltà d’Agraria dell’Università di Milano – ha approfondito il possibile ruolo delle varietà resistenti nella viticoltura dell'Emilia Romagna. A Roberta Chiarini - responsabile del Servizio Organizzazioni di mercato e sinergie di filiera dell’Assessorato Agricoltura della Regione Emilia-Romagna – e a Chiara Azzali - presidente della Sezione di Prodotto Vitivinicola di Confagricoltura Piacenza – è, invece, spettato il complesso compito di tirare le conclusioni della mattinata. “Noi in Regione – ha detto Chiarini – siamo i primi a essere coinvolti in passaggi che divengono talvolta meramente burocratici, ma da parte nostra non c’è alcun atteggiamento ostruzionistico, anzi, invito i produttori ad essere sempre attivi e presenti nei contatti con la Regione”. “Ringrazio tutti gli intervenuti – ha sottolineato Azzali –. La mia è una domanda e insieme un messaggio per la parte politica: cosa impedisce al nostro Paese di adottare un sistema come quello francese per rendere utilizzabili le nuove varietà di vite? Se è un regolamento ad essere così ostativo, che lo si tolga perché nel frattempo le nostre imprese affrontano un mercato agguerrito con uno svantaggio competitivo. E infine, quanto dovremo attendere nella nostra Regione prima di poter fare il vino con le nuove varietà?”.

                      




  • 19/3/2018   -   294 letture  
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